Dal Decalogo per gli oratori dell’Arcivescovo Mario Delpini

2. L’oratorio è la casa dove la Comunità educante accompagna le giovani generazioni sui cammini della fede, della speranza, della carità.

Howard Gardner, un docente statunitense, ha scritto come prefazione al suo libro “cinque chiavi per il futuro” che «la propria comunità dovrebbe possedere certe caratteristiche di cui l’individuo possa andare fiero e che lo spinga ad agire in prima persona, affinché la comunità ideale diventi reale».

Come catechista mi sento chiamata in prima persona a questo compito: far sì che i ragazzi che mi vengono affidati possano sentirsi parte di una realtà viva, concreta ed in costante divenire.

Non è un compito facile, non è un gioco, è una responsabilità. La comunità educante non è chiamata ad impartire dei concetti accademici, non è chiamata solo a formare i ragazzi, ma anche a costruire insieme una identità, quella cristiana.

Il luogo di eccellenza di questo incontro è l’Oratorio, quello che Papa Montini, oggi Santo, ha definito eredità di cui andare fieri e da custodire. Una casa dunque, una dimora particolare dove tutti trovano il loro spazio e la loro funzione, mi piace pensarla come la casa a vita, dove davvero le varie generazioni si susseguono per formare i ragazzi, si stringono a loro durante momenti sofferenza e durante le feste, come succede nella mia realtà, contribuendo non poco a rendere sempre più grande quella famiglia che è la Chiesa.

Quello che ho imparato in questi (pochi) anni come catechista è che non basta farne parte meccanicamente, farsi vedere ogni tanto, o, parlando dalla parte dei ragazzi, partecipare in modo asettico agli incontri di catechismo; è necessario desiderare di essere parte di questa famiglia, vedere l’Oratorio non solo come un luogo fisico, non solo una casa di mattoni, ma come qualcosa anche di personale, un luogo dell’anima, dove sicuramente troviamo parte di noi stessi, forse la parte più autentica, e dove lasciamo un’impronta che sappiamo, qualcuno domani, ricalcherà.