Dal Decalogo per gli oratori dell’Arcivescovo Mario Delpini


6. Tutti sono chiamati alla felicità e alla santità, ma diversa è la via dei piccoli e quella dei grandi, diversa la via dei ragazzi e quella delle ragazze. L’oratorio offre per ciascuno una proposta adatta.

“Distinguere non è dividere e unire non è confondere” così, trent’anni fa, il mio Parroco spiegava i suoi sforzi per mantenere aperto l’Oratorio femminile, dopo la compianta partenza delle Suore dal mio paese brianzolo.

E noi – tra l’adolescenza e la giovinezza – inizialmente contenti di cogliere l’occasione per fare dei due un solo oratorio, alla fine avevamo capito che la sua posizione impopolare, in realtà, era a favore di un’intelligente promozione affettiva ed effettiva di tutto quanto di bello e originale ci fosse al maschile e al femminile.

Sono cresciuta così, come tanti della mia generazione, in una comunità dove, la distinzione degli oratori non aveva nulla a che fare con la divisione e, parimenti, l’impegno per unire le risorse umane e materiali non è scaduto nel confondere ruoli, capacità, competenze e stili propri del maschile e del femminile.

Non voglio con ciò intonare note di nostalgia, ma solo affermare che è diritto e dovere per chi vive e fa vivere l’oratorio offrire a ciascuno una proposta adatta, oggi, a maggior ragione di ieri, perché disponiamo di più strumenti e di una consapevolezza ancora più grande del valore inestimabile dell’educazione.

Trenta o quarant’anni fa, ad esempio, non si parlava ancora di pre-adolescenza perché le tappe della crescita risultavano sufficientemente descritte dalle categorie di fanciullezza e adolescenza.

Ora è tutto più sfumato, tutto liquido per dirla con l’espressione ormai inflazionata di Bauman, e abbiamo bisogno di ridefinirci e di tracciare linee più chiare di demarcazione dei confini dei nostri territori esistenziali. Abbiamo bisogno di imparare, di nuovo e meglio, a fare distinzione, senza temere di decurtare la libertà ma, anzi, con la certezza di servire in limpidezza e onestà la formazione e la crescita della stessa libertà personale.

Esempi più facili? Ecco: un bambino deve fare il bambino, cioè deve toccare, deve sentire tra le mani un giocattolo da esplorare, da capovolgere, aprire, annusare ed eventualmente spaccare… e non può crescere con un videogioco che catalizza la sua mente su stimoli che vanno subito oltre l’opposizione della materia, del legno o della plastica di cui è fatto.

Ebbene, rimane vero che un bambino, all’oratorio – anche nella periferia di Milano dove abito adesso – può fare il bambino e giocare con giochi di società, con un pallone, con la carta e soprattutto con gli altri bambini… e su questo dobbiamo sentirci in debito di gratitudine.

Dobbiamo dire grazie anche perché un ragazzo più grande, all’oratorio, trova ancora oggi chi si fida di lui, non lo  tratta da bamboccione e gli affida responsabilità che può portare a termine.

Siamo grati che in oratorio si può giocare a calcio e a pallavolo, a biliardino e con la corda, si balla e si spostano tavoli e sedie per celebrare la Messa all’aperto, si colorano i murales e si mangiano le frittelle nel giorno di sant’Agnese e anche in quello di san Giovanni Bosco!

Ringraziamo il Signore e le nostre comunità perché le famiglie, in oratorio, ricevono proposte semplici e possono gustare il buono e il bello di una Domenica Insieme che comincia con la Messa e finisce con il gioco dei ragazzi e la chiacchierata di mamme e papà, dopo il pranzo condiviso e l’attività organizzata.

Non dobbiamo finire di ringraziare perché, all’oratorio, si pregano il Padre Nostro e l’Angelo di Dio, si recitano i Salmi e il Rosario, si fanno la lectio divina e la preghiera spontanea e perchè il coretto, che di recente ha imparato “Via così, nel mondo”, adesso sta facendo le prove per imparare il Veni Creator Spiritus!