Dal Decalogo per gli oratori dell’Arcivescovo Mario Delpini


7. L’oratorio insegna che si possiede veramente solo quello che veramente si dona.

Il miglior commento a questo punto del Decalogo delpiniano è… il Vangelo! Cioè tutta la rivelazione in Cristo che punta esplicitamente a questa sintesi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Matteo 16, 25-26). Avere vita perché si dona vita! I passi del Nuovo Testamento che conducono a questa convinzione sono innumerevoli.

Forse uno in particolare illumina il senso del dono, che in oratorio si può apprendere soprattutto attraverso il “clima” che si respira, creato dall’insieme di gesti, parole, esempi, riflessioni, momenti e concreti esercizi volti a maturare in tutti un vero stile di gratutità. Il brano evangelico è quello del racconto della moltiplicazione e condivisione dei pani nella versione di Giovanni (6,1-15) Lì, di fronte all’obiezione di Filippo, provocato dalla richiesta impossibile di Gesù («Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo»), un altro discepolo, Andrea,  pensa di cavarsela spostando l’attenzione del Signore sulle magre risorse di uno a cui nessuno avrebbe pensato: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Un ragazzo, che seguiva già il Maestro e che, possiamo immaginare, offrì con gioia, in dono al suo “mito”, ciò che aveva da mangiare. Lui, così “inutile”, poteva dare qualcosa a Gesù che esercitava un grande fascino su tutta quella gente! Come andò poi la cosa lo sappiamo. A differenza di ciò che invece il brano non ci rivela della provenienza, prima, e del destino, poi, di quel ragazzo, quasi a dirci che potrebbe essere ogni ragazzo che da allora in poi aiuterà il Figlio di Dio a realizzare il miracolo che continua a sfamare tanta gente.

Possiamo allora pensare che quello fosse un ragazzo “dell’oratorio”, cioè che così possano e debbano essere sempre i ragazzi degli oratori: appassionati da Gesù, in cammino dietro a Lui, insieme a tutti i discepoli, ma da protagonisti, chiamati in causa, capaci di dare, e tanto sgamati da dimostrare a tutti che così, donando, non si perde niente, anzi! Infatti quel ragazzo mangiò in abbondanza e si portò a casa ancora di più di ciò che aveva consegnato («riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato»).

L’oratorio è una palestra di educazione gratuita e alla gratuità, ricco di ciò che dona attraverso la testimonianza generosa di moltissime persone che mettono a disposizione le proprie risorse di fede, di tempo, di denaro, di pazienza e di intelligenza, con il fuoco di un’inesauribile passione educativa. Ma non sarebbe così se mancasse il dono dei ragazzi stessi. Un bambino o una bambina che diventano adolescenti e si avviano alle scelte decisive della loro vita in dialogo lieto, profondo e amichevole con Gesù, il maestro insuperabile della gioia di vivere, rappresentano, semplicemente con il loro essere e crescere, il dono incomparabile per cui gli oratori esistono.

Nel respiro costante dell’essere amati “gratis”, per il solo fatto di esserci e semplicemente per ciò che si è, bambini, ragazzi e adolescenti sentono che all’oratorio è bello vivere gratuitamente, come un dono ricevuto e gustato con gioiosa sospresa. E non ci sarà bisogno di spiegare che sarà bella, sempre, la vita donata.